Chiara

Perché, lontana quasi 65 anni, dell’onda d’odio e di sangue e dell’insurrezione di coloro che non credettero al proprio destino di oppressi, non ci restino solo fotografie ingiallite dal tempo, credo che un solo pensiero possa essere preso come ragione del nostro essere qui oggi, quello di George Santayana che si legge uscendo dal museo – se così si può chiamare – di Dachau:

«Coloro che non sanno ricordare il passato sono condannati a ripeterlo».

Se crediamo in questo, non possiamo accettare che la ricorrenza del 25 aprile si riduca a sterile cerimonia e celebrazione di un tempo che fu, ma dobbiamo esigere da noi stessi innanzitutto un impegno di testimonianza e di riflessione dolorosa.

Non apoteosi ed encomio dunque, ma ragguaglio di una fase della nostra storia che ha bruciato sulla carne di molti, e brucia ancora oggi sulla carne degli ultimi sopravvissuti,  sintomo di un virus che sappiamo non essere stato ad oggi definitivamente debellato. La storia della nostra Repubblica e gli eventi dei giorni nostri continuano a rammentarcelo.

 La Resistenza dunque, nell’ormai lontano 1945, vinceva le sue ultime battaglie armate, combattute contro fascisti e nazisti, rappresentanti sul piano del concreto storico la negazione degli ideali di libertà, giustizia, solidarietà, pace ai quali l’uomo aspira come al proprio habitat naturale.

Non era la prima volta che un intero continente subiva l’oltraggio di una razza padrona, ma ugualmente troppi si aggregarono. Ciononostante, in quel momento, per la prima volta, un intero continente insorgeva unanime in popolare, spontanea sintonia.

La Resistenza, quella disarmata e quella armata, fu in questo anzitutto espressione di una vicenda culturale nel senso stretto del termine. Pochi spiriti, per giunta perseguitati, avevano tenuto viva, nei decenni Venti e Trenta, l’idea che la libertà non è barattabile con il mito della legge e dell’ordine. Non erano stati certo i più a ricordare che l’ordine sociale autentico non si ottiene con leggi e tribunali speciali o con il terrorismo ideologico, ma è un equilibrio che si compone internamente ad una realtà sociale che tende a ridurre al massimo la diseguaglianza. La macchina repressiva di una “legalità” illiberale e di una faziosa gendarmeria amministrativa istituirono e custodirono per lunghi anni il conformismo e l’impermeabilità sociali più melanconici, imprigionarono le coscienze, desolarono la cultura, impoverirono l’economia.

Fu l’insania delle guerre fasciste ad accelerare il processo di disintegrazione di un regime la cui sopravvivenza dipendeva ormai più dalla sopportazione e dalla pazienza degli  umiliati e degli offesi che dalla propria capacità di raccogliere consenso. Aveva dunque ragione chi disse che la libertà è un sistema basato sul coraggio. E Spenta che fu, la libertà, essa ricominciò infatti a vivere nei poligoni di tiro, dove venivano eseguite le condanne a morte, nei confini di polizia, dove intellettuali e militanti antifascisti riconobbero il volto doloroso dell’altra Italia. Ricominciò a vivere negli amari esili, nella vita clandestina sempre più apprensiva e dubitosa, nella emarginazione, volontaria o coatta, degli spiriti franchi.

Costoro, in una misura ancora oggi difficilmente valutabile, prepararono il tempo dell’ultimo bruciante travaglio: quei diciannove mesi in cui l’Italia apprese come e a che prezzo si ridiventa popolo. In quei diciannove mesi, nella lotta clandestina delle città, in montagna, nelle ville tristi della tortura, come questa presso la quale ci troviamo oggi riuniti, anche qui, dunque, cadde ogni illusione di matrice totalitaria perché allora la parte migliore del Paese comprese che, come scrisse Teresio Olivelli su “Il Ribelle”: «Non ci sono liberatori, solo uomini che si liberano».  A quella generazione di italiani, per lo più giovani ragazzi e ragazze che da sempre avevano respirato solo l’aria della dittatura, a loro fu dato di capire che la violenza va sradicata ribattendo colpo su colpo, non più indietreggiando, non più opponendole solo l’eletta rassegnazione. La mitezza e la paziente sopportazione autenticano l’amore solo quando non comprimono la dignità e l’onore dell’uomo. In nome di questa dignità e di questo onore la parte migliore d’Italia dunque si fece ribelle e trovò unità contro un potere che prometteva servaggio per molti e dominio per pochi.                        

La Resistenza italiana fu dunque questo grande soprassalto di vitalità e moralità. Fu l’espressione di una coscienza ripresa. La ribellione alla malattia fu indice di volontà di vivere. «Mi ribello dunque sono», scriverà Camus.

Eppure, l’eco del grido di un popolo che si riprendeva la propria sovranità s’è perso parecchio in sessanta cinque anni di vita repubblicana. Celebrata la vittoria sull’oppressore nel tripudio di quanti ne avevano vissuto, in modi diversi, le gesta gloriose, s’affacciavano nuovi compiti e pesanti responsabilità. L’impegno a resistere ad ogni costo al nazi-fascismo si trasformava infatti, nell’immediato dopoguerra, in tentativo di tradurre, nel concreto di un costume di vita e di istituzioni che li esprimessero e garantissero ad un tempo, gli ideali per i quali si era combattuto. Il nuovo modo di impegno a servizio di tali idealità non tardò a risultare nei fatti diverso e, per certi versi, più difficile del previsto.

Siamo nell’anno 2009 e, a distanza di tanto tempo da quei giorni d’aprile, ancora non si può certo dire che quegli ideali siano, almeno nella misura possibile, divenuti concreta realtà.

Tutti infatti si parlava e si parla di libertà. Ma, mentre i partigiani cadevano per essa senza il tempo, quasi, di chiedersi che cosa intendessero per libertà, dato che nell’immediatezza degli eventi tutti miravano a liberare se stessi e il paese dall’oppressione; per contro, il significato del termine ha assunto e assume oggi profili sempre più labili e diversi quando si tratta, di farne fondamento e coronamento del vivere civile garantito dalla coscienza dei cittadini e dalle istituzioni pensate dalla nostra Costituzione a espressione e salvaguardia di esso.

Quello che si dice della libertà va detto della giustizia. Le si dà grande risalto in ogni programma politico, ma non si fatica a capire che i contenuti dati al termine sono veramente diversi e talvolta inconciliabili con le conseguenze che ne derivano sul piano civile, politico e degli istituti che della giustizia dovrebbero essere promotori e garanti.

E il discorso potrebbe continuare per tutti quegli ideali che furono la forza promotrice  della nostra Resistenza e, soprattutto, i pilastri su cui si fonda la nostra democrazia, sanciti da una Costituzione che, proprio in quanto tale – cioè fondamento dello stato democratico – non può e non deve essere considerata – come ha fermamente sottolineato il Presidente della Repubblica - un residuato bellico o un paio di vecchie scarpe ormai passate di moda.    

Il fatto di non aver saputo dare forma a quegli ideali minaccia oggi non solo di far perdere il senso profondo di quella Resistenza per la quale i giovani che oggi ci troviamo qui a commemorare, insieme a tanti altri, dettero la propria vita, ma anche di mettere in discussione quel processo di riedificazione democratica della nostra Patria che proprio nell’elaborazione della Carta Costituzionale trovò a mio parere uno dei suoi passaggi più straordinari.

Per questa serie di ragioni, se sentiamo la nostra coscienza civica fremere calpestando oggi il suolo di questo luogo di martirio, non possiamo esimerci dal sostenere con forza che la Resistenza continua per ideare e attuare quel modello di società che brillò con abbacinante fulgore di speranza negli occhi di quanti accettarono di morire per essa; per costruire una società di uomini liberi e fraternamente collaboranti alla crescita di tutto l’uomo e di tutti gli uomini; uno stato capace di promuovere e garantire per tutti, sul fondamento di un autentico pluralismo culturale e di un operante solidarismo, quella crescita riconosciuta quale diritto e attuata come dovere.

Il perseguire tale obiettivo esige le virtù che sostennero la Resistenza contro il fascismo: esige convinzione, pazienza e coraggio. Ma esige anche che esse siano impiegate in modo diverso da quello usato allora. Esige cioè che esse siano messe a servizio di un costume morale e di un’intelligenza creativa capace di inventare nuove forme valide e rendere concreti i vagheggiati modelli; esige che siano così forti da resistere a quelle concezioni di comodo pregne di individualismo, di orgogliose prepotenze che ostacolano, prima ancora che l’attuazione, la più  precisa delineazione di progetti rispondenti alle reali esigenze ed emergenze del Paese; esige tanta lucidità da resistere a concezioni che potrebbero sembrare facilitanti in raggiungimento della meta auspicata, mentre in realtà ne rappresentano l’allontanamento o la definitiva caduta – e non a caso ancora una volta il Presidente Napolitano ha sottolineato in questi giorni il ruolo fondamentale e l’autorità delle istituzioni di garanzia preposte dalla nostra Carta Costituzionale a difesa della democrazia e spesso, paradossalmente, additate come elemento frenante del processo democratico.

La Resistenza continua dunque. E non per pochi, ma per tutti, quale che sia il settore e il livello nei quali si opera; continua nel rifiuto della violenza e nella volontà di confronto, leale ed aperto, con il coraggio della verità e la pazienza del mutuo rispetto.   

Non gioverebbe ricordare la Resistenza se il ripensarla non servisse ad animare in noi lo spirito di ferma opposizione nei confronti ogni volontà di diserzione o di pigrizia: perché lo spazio e la sicurezza della libertà crescano con l’attuazione di più giusti assetti sociali e politici, nella linea di quella Costituzione che possiamo chiamare davvero il frutto significativo della guerra di liberazione.

Perché la somma del dolore che nella Resistenza confluì non resti vano, è necessario quindi che quel dolore viva non solo nella memoria, ma nelle proposte del nostro oggi e nel progetto del nostro futuro. Che viva quel dolore e ci ispiri ad inventare creativamente l’oggi e a capire il domani.

La Resistenza continua, perché le nostre coscienze e quelle dei nostri figli non si trovino mai più a dover scegliere di amare più che la vita, la libertà e la giustizia.     

Chiara Delorenzi, ANPI Brescia